Ogni anno, il martedì Grasso, al tramonto, il tradizionale fuoco purificatore crepita ancora una volta per ridurre in cenere il Carnevale. Il fantoccio che lo rappresenta viene ucciso perché è lui il capro espiatorio che attraverso la morte ci sottrae alle paure ancestrali residuo di quella cultura agro-pastorale in cui la sopravvivenza era una continua conquista. Certamente ai giorni nostri la cremazione di Re Carnevale ha tutt’altro significato nella standardizzazione della cultura di massa e del consumismo. Simboli e caratteri dell’antica festa si sono sovrapposti ed oggi è difficile riconoscere nelle manifestazioni carnevalesche l’antico rito di vita-morte che oramai è divenuto spettacolo. Re Carnevale, prima di morire, come ogni anno lascerà ai posteri un testamento scherzoso ma non troppo, si sarà pentito di tutte le sue malefatte promettendo solennemente di compierne altrettante in futuro e da secoli egli mantiene la sua promessa agli aquesiani, perché questo carnevale è uno dei pochi in cui lo spettatore può divenire attore.